Pubblicato in versione ridotta in "Salute è", trimestrale di medicina naturale numero 13 settembre 2004.

rivistasalute.gif

 

IL BAMBINO IPERATTIVO

Sappiamo ormai che l’obiettivo primario della pedagogia clinica è l’aiuto alla persona finalizzato a favorirne la crescita armonica, agevolarne recuperi di energia e capacità vitali. La pedagogia clinica è una pedagogia olistica in quanto non si sofferma a vedere della persona solo il disagio non ha un visione settoriale e limitata del soggetto, ma vede la persona nella sua interezza, nella sua globalità psicofisica; il suo obiettivo primario è valorizzare la grande riserva di salute poiché è solo grazie ad essa che si possono recuperare gli aspetti carenti.

È una pedagogia dell’ascolto finalizzata al recupero e alla valorizzazione del ricco mondo interiore della persona mediante l’ascolto attivo, ovvero di promozione umana di tutti e di ciascuno attraverso la disponibilità ad accogliere l’altro, ad accogliere la sua caratteristica realtà, la sua integrità di persona dotata di una pluralità di componenti.

E’ una pedagogia basata sull’eclettismo (molteplicità di tecniche) che si adatta alle molteplicità delle persone e non pretende che esse si adeguino al metodo.

Questa disciplina non vuole dare il pesce ma insegnare a pescare, fuor di metafora la pedagogia clinica offre alla persona gli strumenti per cercare la soluzione, non tanto affinché i problemi "non accadano", ma per saperli affrontare in modo che noi e gli altri possiamo ricavarne qualcosa di positivo per il nostro vivere insieme; consente alla persona di trovare in sé le capacità, le risorse per affrontare un momento d’impasse, per crescere, per indurre un certo sviluppo, ovvero un certo cambiamento e qui l’intento è squisitamente educativo. Educare per la pedagogia clinica significa favorire la crescita di ogni persona offrendo opportunità di sviluppo delle proprie potenzialità.

Questa breve introduzione è necessaria per creare le premesse di una modalità di intervento diversa da quelle modalità che offrono il "pesce" laddove il pesce è il Ritalin per i bambini che sono stati "inseriti nella categoria dell’ADHD".

ADHD è la sigla del disturbo da deficit dell’attenzione con iperattività: Attention Deficit Hyperactivity Disorder

La definizione, accettata dalla comunità scientifica, inserita nel DSM: il "Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali", Disturbo da Deficit Attentivo con Iperattività (ADHD, acronimo per l’inglese Attention Deficit Hyperactivity Disorder, comunemente utilizzato anche in Italia) è suddiviso in sottotipi che sono: 1) ADHD combinato (disattenzione, iperattività e/o impulsività, presenti entrambi a livelli significativi); 2) ADHD prevalentemente disattento (disattenzione presente in modo significativo senza o con scarsa iperattività/impulsività); 3) ADHD prevalentemente iperattivo e/o impulsivo. Mentre per il sottotipo combinato e prevalentemente iperattivo la prevalenza è sei volte più frequente nei maschi che nelle femmine, per il sottotipo prevalentemente disattento la prevalenza tra maschi e femmine è all’incirca simile.

Questo manuale medico nel corso degli anni ha subito numerose revisioni e/o aggiornamenti che lo hanno portato dal DSM-I fino all’attuale DSM-IV.
Una nuova definizione di malattia, per essere inserita nel DSM non ha bisogno di vere e proprie prove scientifiche, ma è sufficiente il parere favorevole degli esperti. Sul Manuale per sapere se un bambino soffre di questa patologia basta verificare se almeno sei di questi nove punti sono affermativi.

  1. spesso non riesce a prestare attenzione ai particolari o commette errori di distrazione nei compiti scolastici;

  2. spesso ha difficoltà a mantenere l’attenzione sui compiti e sul gioco;

  3. spesso non sembra ascoltare quando gli si parla direttamente;

  4. spesso non segue le istruzioni e non porta a termine i compiti scolastici;

  5. spesso ha difficoltà a organizzarsi nei compiti e nelle attività;

  6. spesso evita, prova avversione, o è riluttante ad impegnarsi in compiti che richiedono sforzo mentale protratto;

  7. spesso perde gli oggetti necessari per i compiti o le attività;

  8. spesso è facilmente distratto da stimoli estranei;

  9. spesso è sbadato nelle attività quotidiane.

La diagnosi di ADHD seguendo i criteri del DSM IV è la seguente: sei o più di sei dei nove criteri di una o entrambe le tabelle A e B del Manuale Diagnostico (costituite complessivamente da venticinque categorie di sintomi d’iperattività e disattenzione) devono sussistere da almeno sei mesi e spiccare per la loro frequenza (spesso, molto spesso); i sintomi inoltre devono essere presenti già prima dei sette anni; il disagio causato dal disturbo deve essere presente in due o più ambienti (scuola, casa, lavoro, etc.); deve inoltre sussistere una chiara documentazione di significativo deficit clinico nella funzione sociale, scolastica o occupazionale; i sintomi non devono comparire nell’ambito di una turba pervasiva dello sviluppo, schizofrenia o altre turbe psicotiche, né devono essere attribuibili più agevolmente ad altre turbe mentali (dell’umore, dell’ansia, dissociativa e della personalità). La valutazione deve sempre coinvolgere oltre al bambino (approccio medico, neurologico, psicologico e comportamentale), anche i genitori e gli insegnanti in modo da raccogliere informazioni sul comportamento e la compromissione funzionale del bambino.

Ancora secondo il DSM IV occorre valutare le comorbilità. Le principali condizioni cliniche che si associano con una certa frequenza all’ADHD sono il disturbo oppositivo provocatorio (nel 30%-40% dei casi), i disturbi dell’apprendimento (dal 15% al 30% dislessia, disgrafia, etc.), disturbi d’ansia. Ci sono altre condizioni che possono talvolta essere "comorbide" con l’ADHD e precisamente la depressione, il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo da tic, il disturbo bipolare. La valutazione della comorbilità in fase diagnostica è importante perché la presenza di altri disturbi con l’ADHD comporta un diverso quadro clinico con livelli più elevati di patologia, un diverso decorso del disturbo nel tempo, una diversa risposta alla terapia.

Il Deficit è apparso nella scena intorno agli anni ’80 dopo che alcuni psichiatri avevano individuato una "malattia" che colpiva i bambini rendendoli distratti, troppo vivaci e iperattivi. L’ADHD comporta attività motoria eccessiva e disturbante con incapacità a controllare i propri impulsi e conseguenti problemi di comportamento e difficoltà a mantenere l’attenzione. In particolare la disattenzione (facile distraibilità) comporta una scarsa cura per i dettagli ed incapacità a terminare le azioni intraprese. I bambini appaiono costantemente distratti ed evitano di svolgere compiti ed attività che richiedano attenzione, capacità di organizzare il lavoro, dimenticando attività ed aspetti importanti. L’impulsività comporta difficoltà ad organizzare azioni complesse con cambiamento rapido di attività e incapacità ad aspettare il proprio turno e più in generale difficoltà ad inibire gli impulsi. L’iperattività comporta un’attività motoria tale che questi bambini sono descritti come "mossi da un motorino", con difficoltà ad esempio a rispettare le regole, i tempi e gli spazi dei coetanei ed a rimanere seduti a scuola.

 

LA CURA

L'ADHD è forse l'unica malattia per la quale non esistono esami o prove diagnostiche per identificarla. Nessun consistente fondamento genetico o lesioni neurologiche organiche, o qualsiasi cambiamento fisico verificabile sono mai stati identificati come causa di ADHD. Ad oggi non esistono test diagnostici specifici per l’ADHD.

Malgrado ciò esiste già la cura ed è il metilfenidato: una sostanza che nel 1989 è stata catalogata nella stessa classe della cocaina, "era stato ritirato dal mercato italiano ma nel 2000 il Ministero della Sanità ha richiesto espressamente alla ditta produttrice, la multinazionale Novartis, (fatturato nel 2003, oltre 24,8 miliardi di dollari.) di intraprendere i passi necessari per immetterlo nuovamente sul mercato italiano"1. Così il Ritalin potente anfetamina a base di metilfenidato (che agisce a livello organico, la cui funzione principale è quella di stimolare il sistema nervoso centrale, proprio come le anfetamine, e viene quindi usato per ridurre l’iperattività e aumentare la capacità di attenzione) che fino al 1989 veniva acquistato nelle farmacie solo per "sballarsi" un po’, col decreto ministeriale del 3 ottobre 2003 passa dalla tabella degli stupefacenti a quella degli psicofarmaci e viene usato per curare i bambini affetti da ADHD o DDAI.

Qualcuno si domanderà perché mai dare degli eccitanti a bambini che sono già tanto inquieti? Pur essendo degli eccitanti sembrano avere un effetto-paradosso di tipo ansiolitico sui bambini iperattivi. E come affermano medici e psicologi organicisti non mancano risultati positivi soprattutto a scuola dove il bambino riesce a star fermo, concentrarsi ed imparare, non disturba i compagni e questi sono risultati evidenti e anche facili da raggiungere. Ma a quale prezzo? E di questo forse, loro malgrado, i genitori non vengono informati:

ritardo nella crescita
perdita di appetito e di peso
insonnia
disabilitano le normali funzioni cerebrali
disturbi neurologici e psichici
marcata assuefazione e dipendenza psichica
depressione
iperattività cronica
vari gradi di comportamento anormale
dopo la sospensione del prodotto si possono rilevare grave depressione e iperattività cronica.

"Alcuni farmaci a volte possono non produrre tali effetti se vengono presi a dosaggi minimi, ma difficilmente esplicano il loro effetto terapeutico a quei dosaggi."2 Il "farmacologo Silvio Garattini, direttore dell'Istituto Mario Negri di Milano afferma che "Per quanto riguarda il nostro paese ci sarebbe bisogno di studi formali che valutino l'efficacia del farmaco e, soprattutto, che definiscano i criteri diagnostici e registrino nel tempo l'andamento di questa sindrome, la cui incidenza, in realtà, non è nota".3 A questo proposito vorrei segnalare che nel Michigan il 21 marzo 2000 Mattheus Smith, un ragazzo di 14 anni è morto in seguito a prolungato uso di Ritalin, dopo che fu diagnosticato come affetto da ADHD. La causa è stata così stabilita: uso prolungato (dai 7 ai 14 anni) di Metilfenidato, un farmaco comunemente conosciuto come Ritalin. "Il Certificato di Morte dice: morte causata da Uso Prolungato di Methylphenidate, (Ritalin) … Secondo il Dr, Ljuba Dragovic, il patologo capo dell' ufficio degli Esaminatori Medici della Contea di Oakland, Michigan parlando riguardo all'autopsia, il cuore di Mattheus mostrava chiari segni di danneggiamento di piccoli vasi sanguigni, del genere di quelli causati da droghe stimolanti come le anfetamine. Il cuore di Mattheus pesava circa 402 grammi (il cuore di un uomo adulto pesa circa 350 grammi), Mattheus non aveva preesistenti malattie di cuore o difetti."4

 

SINDROME VERA O FALSA?

Molti parlano di sindrome inventata, di falso problema, secondo il dott. Fred Baughman, neurologo infantile e membro dell’American Academy of Neurology: "…La "psichiatria biologica" in quarant’anni non ha mai confermato l’esistenza di anomalie, "squilibri chimici" o disturbi "neurologici", "biologici" o "genetici" in una sola delle sue diagnosi o delle condizioni di cui afferma l’esistenza". "Poiché in un bambino affetto da ADHD - continua Baughman - non si riscontra nessuna anomalia…la terapia farmacologia che ne consegue è una vera e propria aggressione fisica".5 Buona parte della psichiatria ufficiale, considera il Disturbo da Deficit di Attenzione una patologia biologica, ed esegue sistematicamente questa aggressione chimica, l’altra parte invece dei ricercatori s’identificano nelle parole del dott. Joe Kosterich6 dell’Associazione Medica Australiana: "la diagnosi dell’ADHD è del tutto soggettiva…Non esiste nessun test. E’ solo una questione di interpretazione".7

Numerose ricerche hanno evidenziato come i bambini veramente iperattivi (disturbo che non comporta nessun tipo di deficit cognitivo) riescono a superare tale disturbo mediante psicoterapie ed interventi pedagogici mirati, senza l’uso di alcun farmaco tanto meno del Ritalin che servirebbe soltanto a nascondere i sintomi senza intervenire a fondo sul problema. Insomma, l'ADHD è ben lontana dall'essere una entità diagnostica accettata da tutti, occorre quindi mettere in guardia le famiglie. Perché è facile - anzi, sempre più facile, sotto la spinta della suggestione sociale - superare il confine tra l'irrequietezza e il disagio, tra la vivacità e la patologia. E finire per trasformare le caratteristiche tipiche dell'infanzia in sintomi curabili con una medicina.

Anche Silvia Vegetti Finzi definisce un falso problema quello riferito ai disturbi dell’attenzione, i quali "pur provocando a volte un ritardo nei ritmi dell’apprendimento, nella maggior parte dei casi non hanno nulla a che fare col quoziente intellettuale del bambino: sono invece la spia di un disturbo più profondo e meno evidente che riguarda la sfera dell’affettività. … Come per la maggior parte dei disturbi dell’apprendimento, anche quello dell’attenzione rappresenta un falso problema: inutile cercare di risolverlo, se non si affronta prima lo stato di disagio psichico ed emotivo che lo determina. Non sempre però il malessere di cui soffre il bambino è dovuto ad eventi traumatici o a situazioni conflittuali che improvvisamene interferiscono con l’apprendimento. L’incapacità di stare attenti e concentrasi può essere causata anche da uno stato di irrequietezza psicomotoria, o iperattività che pur essendo già presente nella prima infanzia, si rivela in modo più evidente solo nell’età scolare."8

Negli Stati Uniti si tende a privilegiare un approccio psicobiologico, di tipo organicista, sia nella ricerca delle cause del disagio psichico che nelle cure. Le varie teorie su fattori organici, costituzionali o genetici o l’ipotesi del DCM (danno cerebrale, minimo) non sono mai stati confermate.

Donald W. Winnicott, pediatra, psichiatra e psicoanalista per bambini, sosteneva che non ci fosse alcun legame fra irrequietezza psicomotoria e insufficienza mentale, spesso infatti tali bambini hanno un’intelligenza molto vivace, rapida, mobile ed intuitiva. Egli afferma infatti che “I bambini che possono imparare in genere vogliono sapere”9 è evidente quindi che tali bambini non possono imparare, qualcosa lo impedisce, sono bambini difficili da gestire soprattutto all’interno di una classe e forse rintontirli un po’, magari facendoci credere che venga fatto per il loro bene, potrebbe aiutare genitori ed insegnanti ancora una volta non a trovare una valida strategia di aiuto ma una soluzione immediata di semplice applicazione ma dai devastanti effetti collaterali.

Se l’iperattivismo è la spia di un disturbo più profondo sarebbe auspicabile cercarne le cause, il sintomo non è qualcosa da sopprimere ma da "leggere" per comprendere, per dissiparne l’opacità che lo rende tanto più spaventoso. La strada che propongo non è la più breve ed indolore, è lunga e talvolta faticosa ed occorre la partecipazione attiva di tutte le figure che ruotano intorno al bambino a partire dai genitori e gli insegnanti.

E’ giusto che ci sia la possibilità di scegliere il metodo che si vuole adottare per nostro figlio ma è altrettanto giusto illustrare tutti gli aspetti che caratterizzano l’uno e l’altro metodo. A tale proposito ho chiesto il parere a due neuropsichiatri che operano nell’area fiorentina, il Dott. Landi neuropsichiatria infantile del Distretto La Pira, il quale riferisce che si dichiara contrario all’uso del Ritalin, preferisce usare altre vie meno invasive, che finora non l’ha mai utilizzato e spera di non doverlo fare mai. Aggiunge che il suo parere è solo in parte condiviso dalla società di neuropsichiatria italiana che ha scelto una via più aperta. Il Dott. Landi aggiunge che non si può risolvere con l’uso di un farmaco, con il quale non si può avere una buona decodifica dei problemi, un problema così complesso ed articolato, si dichiara infine allarmato per le conseguenze dei bambini trattati col Ritalin in America i cui risultati non sono confortanti.

Ecco il parere del Dr. Sergio Sergi Direttore dell'Unità Operativa di Neuropsichiatria Infantile, che opera presso il Distretto 9 Bagno a Ripoli:

"Di solito non faccio battaglie in base a questioni di principio, perché cautela assiologica e pudore nella pratica medica raccomandano il primato del senso pratico. Per cui, se il metilfenidato (Ritalin) può essere efficace, non vedo perché escluderlo dalla pratica terapeutica pedopsichiatrica.

Il fatto che negli States se ne abusi (dicono che sono le stesse maestre a somministrarlo in classe all'alunno malcapitato), questo è un problema che riguarda loro e non chi pensa invece di farne un uso eccezionale e controllato.

L'iperattività da contenimento farmacologico deve innanzitutto essere grave, con impulsività-irrequietezza-disinibizione-imprudenza-disorganizzazione della condotta in modi incessanti e non declinabili per mezzo dei consueti interventi psicopedagogici.

Vanno esclusi bambini con altri disturbi (come l'epilessia) o con un contesto familiare di patologie psichiatriche o neuro-endocrine o altro significativo.

Vanno differenziate  le iperattività legate a intolleranza alimentare o quelle dipendenti da disturbi del controllo emotivo: precoci narcisismi disfunzionali, manie di fuga da condizioni depressive, disturbo disinibito dell'attaccamento, ritualistiche concitate e impellenti in sindromi compulsive, impulsività  nelle condizioni di instabilità patologica o borderline.

Se qualcosa rimane, allora si può pensare anche al farmaco in questione.

Attualmente i bambini che ho in trattamento non ne hanno bisogno."

Da qui si evince che la posizione dei nostri medici differisce molto da quella dei colleghi americani e questo è sicuramente molto confortante.

 

INTERVENTO PEDAGOGICO-CLINICO

Il termine clinico può dare adito a fraintendimenti, per cui ci tengo a precisare che è qui inteso nella sua accezione di azione umana rivolta alla persona ed ha come significato il rapporto diretto e di interessamento con finalità educative.

L’intervento pedagogico-clinico non si limita a curare i sintomi senza affrontare le vere cause del disturbo che secondo Berry Brazelton sono psicologiche e ambientali, come possiamo allora aiutare il bambino iperattivo? Conoscerne le cause non significa individuare i colpevoli e questo ci tengo a precisarlo perché è tanto deleterio quanto inutile far sentire responsabili o peggio ancora colpevoli i genitori. Inoltre il bambino deve trovare in famiglia sostegno psicologico quindi la famiglia rappresenta un’importante risorsa, deve e può aiutarlo a difendersi dagli stati d’ansia. Se in seguito a molti eventi che si sono succeduti uno o entrambi i genitori hanno perso di vista la possibilità di aiutare loro figlio, e questo è un fenomeno che spesso si presenta anche per altre difficoltà, i genitori hanno tutta la nostra comprensione e devono averla perché è facile rompere l’equilibrio all’interno di un sistema tanto complesso come la famiglia, è per questo che l’aiuto del pedagogista clinico è diretto al bambino mediante l’intervento pedagogico clinico che si sostanzia in molteplici tecniche10, è altresì rivolto alla famiglia sia mediante un sostegno emotivo che sollecitando la riflessione su quanto sia importante il loro aiuto. E’ altresì rivolto agli insegnanti del bambino in quanto il pedagogista clinico li vedrà con una certa regolarità per offrire loro un valido aiuto i cui effetti si esplichino sia nella relazione con il bambino e per la di lui relazione con gli altri. E’ importante che al bambino non vengano affibbiate definizioni né etichette ma fatto presente a lui e agli altri che ha delle caratteristiche, come ognuno di noi ha diverse dagli altri, che non gli consentono di stare seduto a lungo. Nelle nostre scuole, purtroppo viene tuttora privilegiato il cervello e lo studente modello è colui che usa prevalentemente l’emisfero sinistro, ed è razionale, logico, analitico, molto esperto con l’uso del linguaggio. Per la pedagogia clinica la persona è un’unità inscindibile di corpo, sentimenti, processi mentali, inconscio e spiritualità e l’educazione dovrebbe stimolare e potenziare contemporaneamente tutte le componenti. Altrettanto importante è individuare i diversi modi di apprendere che ogni persona possiede fin dall’infanzia ed è compito dell’insegnante scoprirli per poter potenziare l’apprendimento. Le insegnanti non devono interessarsi solo al "prodotto" finale degli alunni, non possono solo valutare, ma porsi in ascolto, facendosi guidare dai reali bisogni degli allievi.

Al bambino che ha bisogno di muoversi mentre ascolta la lezione, l’insegnante potrà consentirgli per esempio di modellare la creta, si tratta di un bambino che apprende attraverso il senso cenestesico, quindi ha bisogno di muovere il proprio corpo o, se proprio questo non è possibile, di muovere le immagini. Quanti alunni amano dondolarsi sulla sedia mentre l’insegnante parla, dir loro che sono iperattivi o ipercinetici non li aiuta ma li fa sentire portatori di un deficit e questo si sa non è mai di aiuto per nessuno.

Quando i bambini definiti iperattivi (la maggior parte delle volte emerge che non si tratta iperattivismo ma di troppa vivacità, il confine è labile, è necessario stabilire con esattezza di che cosa si tratta prima di dare una definizione che comporta non pochi rischi) si presentano nel mio studio, dopo le prove di ingresso emergono nella maggior parte dei casi alcune costanti relative alla personalità, quali:

difficoltà emotivo-relazionali
disagi emozionali negli scambi relazionali
insicurezza
scarsa autostima
inadeguatezza
sfiducia nelle proprie capacità
senso di inferiorità
tensioni psico-fisiche
ansia o angoscia spesso originate da una delusione emotiva
fobie
preoccupazioni fantastiche

si tratta di caratteristiche che impediscono allo sviluppo di evolvere naturalmente ed armoniosamente e sono la spia di quella spirale che si è creata intorno al bambino di insofferenza, di nervosismo, di disapprovazione. Per questo è importante capire perché lui si comporta così, qual è il motivo della sua inquietudine. Ecco perché è necessario un ascolto attento per non lasciarsi ingannare dall’apparenza: egli appare come colui che non ha bisogno di nessuno, sfugge la vicinanza, il contatto e la sua fuga non è da qualcuno che può aiutarlo egli infatti necessita di qualcuno che sia in grado di tollerare ciò che egli stesso non è in grado: la sua ansia.

Il ruolo degli insegnanti è decisivo e preziosissimo, essi non devono fare diagnosi, ma attuare un’accurata e attenta osservazione per indicare alla famiglia in tempi brevi la strada da intraprendere per una diagnosi vera e propria. A scuola l’attività psicomotoria rappresenta un valido aiuto per tutti i bambini e in particolare per i bambini con questo come con altri problemi perché consente di attuare gradualmente il controllo tonico che è uno dei prerequisiti essenziali per l’attenzione, facilita un armonioso sviluppo psico-corporeo e socio-affettivo. I bambini scoprono, conoscono, imparano mediante le esperienze vissute principalmente attraverso il corpo. Il corpo è il primo mediatore della realtà e per diverso tempo per i bambini esso è la principale fonte di conoscenza.

L’educazione psicomotoria unisce e armonizza l’attività della mente e quella del corpo (che sono d’altra parte sempre inscindibili), equilibra le emozioni, infonde benessere e spirito di iniziativa. Il movimento è un piacere che aiuta il bambino a sentire il proprio corpo, è maggiormente efficace con il bambino disattento, essendo quest’ultimo poco incline a prestare attenzione anche a se stesso.

 

Per concludere vorrei poter dare dei consigli utili ai genitori: i fattori psicologici ed emotivi che stanno alla base del comportamento iperattivo variano di bambino in bambino. Molto dipende dal temperamento, che nei bambini iperattivi presenta un alto grado di reattività per questo sono molto efficaci, e si possono vedere fin da subito i risultati, le tecniche di distensione psicofisica, poiché aiutano il bambino a prendere coscienza del proprio corpo delle tensioni che lo caratterizzano e della possibilità di distenderlo. La distensione psicofisica aiuta a prolungare i tempi di attenzione che spesso in tali bambini sono limitati.

E’ inutile rimproverare il bambino per le sue distrazioni e disattenzioni, esse non dipendono dalla sua volontà, se egli potesse concentrarsi maggiormente certamente lo farebbe ed egli stesso lo desidera non essendo deficitario dal punto di vista intellettivo, ma semplicemente non può. I rimproveri contribuiscono ad indebolire ancor di più la sua già fragile autostima, la fiducia in se stesso, contribuiscono a farlo sentire incapace. Aiutarlo a riacquistare la fiducia in sé è uno dei passi che genitori ed insegnanti possono fare all’unisono, valorizzando quello che fa bene invece di enfatizzare i suoi punti deboli, mettere in luce quelle doti che sicuramente esistono.

E’ necessario imparare a non agitarsi davanti a tanta angoscia, la persona che non perde la calma e mantiene un atteggiamento tenero, comprensivo e riesce a tranquillizzarlo gli offre così un modello che poi lui cercherà di imitare, fino ad introiettarlo. Se i genitori riescono ad offrirgli un contenimento egli si sentirà meno esposto all’inquietante turbinio fisico e mentale che lo avvolge e ciò gli consentirà pian piano di uscire sempre più spesso dalla spirale che lo induce a fuggire senza neppure sapere da cosa.

La strada è lunga ed è necessario che tutti collaborino ma i risultati non tarderanno a farsi vedere e saranno tanto più soddisfacenti quanto più anelati e cercati con impegno e costanza.

 

1 Luciano Gianazza, La sindrome inventata, sta in www.adhd-syndrome.com/ita_index.html.

2 Stati Psichiatrici d'America di Peter Breggin da I principi cerebro-debilitanti dei trattamenti psichiatrici - Droghe, Electroshock, e il ruolo della FDA - Springer Publishing Company (1997).

3 Eva Benelli, La cuf sollecita l’azienda farmaceutica a introdurre in Italia il farmaco per trattare i bambini iperattivi. Un calamante discusso per una sindrome vaga, Tempo Medico, mar 8 2004.

4 http://www.adhd-syndrome.com/adhd.htm, ADD, ADHD E IL RITALIN.

5 Psichiatria: il danno camuffato come tutela sanitaria del Comitato dei Cittadini per i Diritti dell’Uomo

6 Federal Chairman, General Practitioner’s Branch, AMA 1999

7 David Reardon, "Mind drugs are hurting normal children": AMA (Association Medical Australian) 6 febbraio 1999

8 S. Vegetti Finzi, A. M. Battistin, i bambini sono cambiati, Arnoldo Mondatori Editore, Milano 1996, pp. 114 e sg..

9 D.W. Winnicott, bambini, Raffaello Cortina Editore, milano, 1997, p.232.

10 M. Bocelli, Soggetto con iperattivismo, in Rivista Pedagogia clinica Pedagogisti clinici n.6, numero 2 - anno III luglio-dicembre 2002, pp.18 e sg.