Pubblicato nel volume "Le ferite dell’arcobaleno ovvero quando il sole dell’infanzia è oscurato dagli adulti" curato da E. Bartolozzi, G. Picerno, realizzato dalla Provincia di Firenze ed ha costituito un contributo al Convegno "Qualità della Vita, salute e dimensioni emozionali nella società in trasformazione" Firenze 4/7 settembre 2001.

 

Aiutare gli insegnanti ad aiutare i ragazzi

 

 

 

Introduzione

 

Il presente lavoro si colloca nel quadro delle ricerche e degli interventi sul campo da me realizzati nell’arco di questi ultimi cinque anni, nei quali mi sono dedicata ad approfondire la tematica dell’infanzia violata: argomento a me caro, soprattutto se riferito alle forme psicologiche di violenza. Ricerche ed interventi che si sono susseguiti mediante approfondimenti teorici e soprattutto interventi diretti ai minori e alle loro famiglie, agli insegnanti nei corsi di aggiornamento e agli adolescenti in diverse situazioni educative. Il mio lavoro vuole essere una forma di contributo per la formazione del personale docente; per questo sarà dedicato al significato del ruolo di educatore, all’importanza che assume la formazione in itere per gli insegnanti, alla dimensione affettivo-relazionale ed infine alle deleterie conseguenze di modalità che scaturiscono da scarsa consapevolezza e impossibilità ad accettare il cambiamento. Personalmente ritengo che essere insegnanti oggi significhi avere un ruolo di un’importanza fondamentale, essendo la scuola una basilare agenzia formativa, seconda solo alla famiglia.

Per questo credo che la professione di educatore sia tanto importante quanto difficile ed impegnativa e purtroppo poco valorizzata. Niente è più complesso e al tempo stesso innato della capacità interrelazionale, sulla quale si fonda questa professione. Si tratta di una professione tanto più complessa poiché deve adattarsi alla complessità della società attuale. Per tale forma di adattamento è necessario per il personale docente di qualsiasi livello, acquisire capacità di cambiamento, imparare ad imparare, stare in gruppo; accanto a quella che potremmo chiamare "predisposizione", che dovrebbero avere tutti coloro che scelgono di diventare educatori, vi è la competenza professionale. Se la predisposizione guida l’individuo nella scelta di una professione, la competenza professionale viene acquisita mediante il corso di studi, le successive esperienze, corsi di aggiornamento, perfezionamento. Se tale competenza si affianca alla passione e all’amore per la propria attività il risultato dovrebbe essere un intervento specifico, mirato e oculato. Successivamente, mediante l’esperienza, l’educatore dovrebbe riuscire a fare un giusto uso di entrambe trovando un equilibrio senza che prevalga l’una sull’altra in modo eccessivo.

 

 

Il ruolo degli educatori

"Il termine abuso, significa "uso eccessivo, illecito o arbitrario. [dal latino abusus –us, der. Di abuti consumare]." Da tale definizione si deduce che il termine è stato coniato non per le persone ma per oggetti o sostanze, solo in seguito è stato esteso anche alle persone ed in particolar modo ai bambini, pur non essendo oggetti da usare."

"Il consiglio di Strasburgo 1987 definisce "abuso", ogni atteggiamento, comportamento, azione che volontariamente o involontariamente contrastano il pieno sviluppo fisico, psicologico e sociale del bambino. In generale esso viene definito come un atteggiamento continuo o cronico da parte delle persone che si occupano del bambino, che impedisce al minore di sviluppare una positiva immagine di sé; in particolar modo nell’età infantile dove i rapporti del bambino con il suo ambiente sono più che mai vitali."

Il buon educatore è colui che offre sostegno all’allievo aiutandolo ad interpretare la realtà circostante, ad elaborare i propri contenuti, a discernere ciò che è giusto o sbagliato, offrendogli gli strumenti per sviluppare il suo spirito critico e la sua autonomia di giudizio. Il bambino non è un contenitore da riempire e le finalità dell’educazione "sono da intendere nello stretto significato del termine "educare" dal latino ex ducere: trarre fuori. Un richiamo questo, alla funzione della vera educazione, che ha l’obiettivo non di impartire regole e nozioni, ma di aiutare il soggetto a sviluppare appieno il proprio potenziale. Il vero educatore, in un clima favorevole sa apprendere dall’altro, rispettando le sue caratteristiche, il suo stato d’animo, offrendogli i mezzi per accedere al proprio bagaglio conoscitivo e soprattutto per ampliarlo."

L’educatore deve riappropriarsi della sua funzione pedagogica, sapendo che ogni educazione proveniente dall’esterno è un aiuto all’autoformazione dell’allievo; non basta quindi che si limiti a fornire al bambino le nozioni tecniche: è essenziale che lo educhi ad interpretarle, ordinarle, riempirle di significato stimolando la sua capacità di riflessione, la sua curiosità ed il suo interesse. L’insegnante così acquista autorevolezza ed instaura un buon rapporto psicologico ed emotivo con gli allievi. Autorevolezza e non autorità. L’educatore autoritario è colui che si irrigidisce nel proprio ruolo ed esercita il proprio dominio sul soggetto solo grazie al potere derivatogli dalla sua posizione. L’insegnante autoritario trasforma l’educazione in un mezzo coercitivo di controllo sugli alunni, riesce ad incutere terrore, escludendo ogni forma di comprensione e rispetto.

L’insegnante autorevole sa dosare in maniera equilibrata il potere e l’affetto, condivide, fa e sta insieme agli alunni, si conquista la loro stima ed il loro rispetto per la sua attiva presenza perché si offre come modello da imitare senza imporsi, ma solo proponendosi. Riesce ad indirizzare e canalizzare le energie degli allievi verso obiettivi positivi.

E’ a scuola che il bambino comincia ad ampliare la propria welthanschauung (visione del mondo), comprensiva adesso anche del punto di vista degli insegnanti, oltre a quello dei genitori. Il soggetto li confronterà con quelli genitoriali e li rafforzerà se saranno in sintonia, mentre serviranno a stimolare il suo senso critico e la capacità di giudizio quando saranno contrastanti.

L’atteggiamento auspicabile da parte dell’insegnante nei confronti dell’allievo sarà il manifestare interesse sincero per la sua crescita, fiducia in lui, rispetto verso di lui come persona, apertura mentale, disponibilità al colloquio. L’insegnante svilupperà la capacità di empatia verso l’allievo e l’accoglienza positiva che renderanno meno tortuoso il cammino dell’apprendimento. Disponibilità, autocontrollo, ispirare fiducia e simpatia sono le doti necessarie per fungere da modello nel rapporto interpersonale.

Vorrei evidenziare l’importanza della formazione come promozione di sé e degli altri. La pedagogia è capacità di trasformazione, capacità di trasformare la persona attraverso i saperi, la conoscenza, la formazione, portare fuori la persona da una condizione di ignoranza. Questo significa che l’educatore dovrà aiutare la persona a conquistare la capacità di valorizzare se stessa, aumentare la sua autostima. Per ottenere tutto questo l’insegnante deve comprendere i bisogni del soggetto, aiutarlo a comprendere i propri, aiutarlo a misurarsi con i propri obiettivi, ascoltarlo, cogliere le sue difficoltà di apprendimento per capire quali sono i suoi punti di forza, renderlo partecipe delle sue capacità.

Sarà quindi importante suscitare la sua curiosità ponendolo di fronte al nuovo, risvegliare la voglia di chiedere, di fare domande, di discutere e cercare di approfondire le risposte. Il bambino dovrà essere coinvolto attivamente nel processo di apprendimento. Il dialogo dovrà favorire la libertà di espressione e la partecipazione attiva.

 

 

La dimensione affettivo-relazionale nell’educazione

 

L’insegnante dovrà avere chiari il concetto di libertà e di autonomia per evitare di sostituirsi all’allievo. Insegnare come fare e non fare per lui.

Occorre restituire lo spazio necessario alle emozioni e all’affettività e se questo è importante in ogni ambito, lo è maggiormente in ambito educativo. I problemi legati alla propria e altrui affettività incidono nella interazione educativa. L’affettività non può essere emarginata dal campo educativo-scolastico, non può neppure diventare una materia e quindi non si può stabilire un’ora specifica da dedicare all’educazione emotivo-affettiva. Non sarebbe possibile e soprattutto non sarebbe utile: tale dimensione è presente in ogni ambito disciplinare che noi lo vogliamo o meno ed è bene quindi averne piena consapevolezza e utilizzare al meglio tale presenza.

Lo stile educativo dovrà fondarsi sull’entropatia, quella tecnica pedagogica volta a cogliere la visione del mondo del ragazzo, nella quale è presente la sua interpretazione soggettiva. L’intervento educativo non può che partire dalla conoscenza della visione e interpretazione del mondo del ragazzo: ciò non significa accettare il senso attribuito dal ragazzo al mondo e a se stesso come valido, né tanto meno adeguarvisi; significa solo cominciare da questa sedimentazione più o meno stratificata di senso per accostarvi una prospettiva diversa – quella che il ragazzo potrebbe maturare durante e in funzione del percorso educativo – in modo che il ragazzo stesso ne possa prendere le distanze. Il ragazzo che si sente compreso si sente accettato.

Per tutte queste riflessioni lo sforzo degli insegnanti dovrà esser teso – proteso verso l’efficacia relazionale, la quale può sommariamente sintetizzarsi nei cinque seguenti fattori:

 

empatia, rispetto, maturità emozionale, sensibilità, confidenza.

  1. L’empatia è la capacità di percepire, decifrare e comprendere intuitivamente sentimenti e comportamenti altrui. E’ la capacità di mettersi nei panni altrui, di tentare di guardare il mondo attraverso i loro occhi e di percepire le cose come loro le percepiscono.
  2. Il rispetto permette un coinvolgimento caloroso nelle relazioni con gli altri, senza comunque cadere nell’invadenza o giudicare i comportamenti altrui. Ci permette di essere disponibili e aperti nelle relazioni sociali, di essere benevoli, simpatici e di comportarci con tatto.
  3. La maturità emozionale è la capacità di gestire le proprie emozioni in maniera corretta e realista, di affrontare le difficoltà della vita e le emozioni in maniera equilibrata, di dominare la collera e di sopportare le frustrazioni. La maturità emozionale permette di adattarsi alla vita e di automotivarsi (l’automotivazione è la passione di lavorare per un progetto personale).
  4. Sensibilità, è da un lato la capacità di fondarsi sull’empatia, l’affetto, i sentimenti e l’intuizione, dall’altro sull’aspetto razionale, funzionale e oggettivo delle cose.
  5. Avere confidenza ci permette di comunicare cose personali agli altri, di essere sinceri e calmi nell’esprimere le nostre emozioni, e di recepire quelle altrui comprendendole a pieno.

 

 

Credo che tutti abbiamo presente la difficoltà di questo compito, specie in considerazione di quanto tutto ciò sia in antitesi con le necessità più "consumiste" della scuola, non risparmiata dalla necessità di "fare", di produrre, che ha travolto la moderna società occidentale.

L’allievo è prima di tutto una persona, l’insegnante perciò dovrà porre attenzione alla relazione docente-allievo, poiché si tratta di un’esperienza formativa che modifica e fa crescere il discente, in gran parte grazie anche al modello che quest’ultimo ravvisa nel proprio educatore.

 

La comunicazione

 

Tutti noi abbiamo consapevolezza di ciò che ci viene trasmesso con le parole, tuttavia la nostra comunicazione è in larga parte influenzata da messaggi di tipo non verbale che possono essere sia in sintonia con ciò che viene espresso con le parole o in aperta contraddizione, come quando accade che qualcuno ci comunica verbalmente un messaggio cordiale e contemporaneamente la sua mimica facciale e la sua postura trasmettono ostilità, questo avviene perché la comunicazione non verbale è generalmente al di fuori del nostro controllo. Nella comunicazione non verbale o analogica sono incluse le posizioni del corpo, i gesti, l’espressione del viso, le inflessioni della voce, la sequenza, il ritmo e la cadenza delle stesse parole, e ogni altra espressione non verbale di cui l’organismo sia capace. L’educatore senza, ovviamente, rendersene conto può inviare messaggi che confermano quelli espressi verbalmente, può dire ad un allievo che è stato bravo ma senza guardarlo negli occhi o assumendo un’espressione che segnala la scarsa veridicità della frase appena pronunciata. E’ per trasformare tale inconsapevolezza che vorrei sottolineare l’utilità e l’efficacia di un training da proporre agli insegnanti, al fine di trasformarla in consapevolezza comunicativa, al fine di acquisire conoscenza del ruolo dei messaggi non verbali e altresì dei segnali non verbali quali: i comportamenti spaziali, la vicinanza – distanza, il contatto fisico, l’orientamento, la postura, i movimenti del corpo, i gesti, i cenni del capo, l’espressione del volto, lo sguardo. A questo punto visto che comunicare implica il sapersi ascoltare a vicenda, è bene spendere qualche parola anche per l’ascolto: il professionista dell’aiuto dovrebbe essere maestro nell’ASCOLTO ATTIVO, una forma di ascolto tesa a cogliere ciò che viene detto, ma anche ciò che non viene detto. Significa saper ascoltare non solo con le orecchie, ma anche con gli occhi, prestare piena attenzione a ciò che viene detto, intervenire il meno possibile, limitarsi a incoraggiare le sue confidenze con gesti del corpo: annuendo, sorridendo e mostrando interesse. Una parola inopportuna o un commento inadeguato possono interrompere il ragionamento dell’interlocutore o indurlo al silenzio. Non si deve temere il silenzio: invece di affrettarci a riempire i vuoti con parole inutili, come facciamo regolarmente durante le nostre conversazioni quotidiane, dobbiamo dare al soggetto il tempo di raccoglier le idee. L’espressione del nostro viso deve restare amichevole, i nostri commenti devono essere incoraggianti e partecipativi. Qualsiasi interruzione, e specialmente i commenti critici, inibiranno il soggetto. Occorre inoltre prestare particolare attenzione al tono di voce, alle espressioni del viso, i gesti e la postura. La tensione fisica espressa dal viso, dalle mani o dal corpo può rivelare una tensione interna. Attenzione alle pause, alle esitazioni, alle ripetizioni possono essere causate da un conflitto tra ciò che egli sta dicendo e ciò che vorrebbe in realtà dire. Anche i lapsus sono eloquenti rivelatori di tensioni interne.

Nella quotidianità di tutti, sono presenti modalità di ascolto sterili, improduttive, deleterie e soprattutto sintomi di mancanza di rispetto nell’altro come l’ascolto simulato (quando si finge di ascoltare e si continua ad inseguire il corso dei propri pensieri), l’ascolto rassegnato (quando non siamo interessati a ciò che l’altro dice), l’ascolto giudicativo (quando durante l’ascolto, si "affilano" le armi per poi giudicare l’altro), il non ascolto (quando il dialogo è un alternarsi di monologhi incuranti l’uno dell’altro).

L’educatore che è consapevole di tali rischi può abbandonare le suddette modalità ed adottare quindi l’ascolto attivo.

Infine non si può terminare l’argomento comunicazione senza prendere in considerazione il silenzio, poiché anche questo è comunicazione, in esso possono essere presenti messaggi di paura, rabbia, dolore ai quali solo se saputi leggere possiamo rispondere tranquillizzando il nostro interlocutore. Si tratta di una modalità comunicativa che dimostra grande capacità nel riuscire a mettere da parte il proprio dolore, rabbia, sconforto o dispiacere, almeno momentaneamente, per aiutare l’altro. E’ la maturità emozionale che ci consente di avere self-control e di differire i propri sentimenti, se nel presente dobbiamo far fronte e quelli dell’altro. Differire, lasciarli a dopo: non annientarli, ma affrontarli in seguito con calma e quindi con maggiori capacità autocomprensive.

Nei corsi di aggiornamento che ho proposto e realizzato in alcune scuole: materne, elementari, medie non ho mai trascurato l’importanza della comunicazione, è infatti stata sempre presente fra gli argomenti che potevano essere diversi a seconda delle differenze di età dei soggetti, ed altre differenze relative al tipo di progetto. La comunicazione di gruppo, facilitata e catalizzata dal pedagogista, permetteva ai partecipanti di confrontarsi gli uni con gli altri su tematiche significative, per poter avviare un processo di re-interpretazione degli eventi e rinnovare motivazione e fiducia nelle finalità del proprio ruolo all’interno della struttura scolastica, ma anche fuori. Mediante l’acquisizione di mezzi adeguati la comprensione degli stati d’animo propri ed altrui rendeva più agevole la comunicazione affettiva. L’intento di tali interventi è anche quello di conoscere le strategie che possono essere utilmente rivolte ad agevolare i processi comunicativi, allo scopo di aiutare l’altro nelle situazioni relazionali problematiche all’interno di contesti asimmetrici.

 

 

Le aspettative e la profezia autodeterminantesi

 

Le aspettative degli insegnanti nei confronti del soggetto educativo, comunicate in modo non verbale, quindi senza averne consapevolezza, sono capaci di determinare i comportamenti attesi, in positivo o in negativo. A questo proposito vorrei citare l’esperimento di Rosenthal relativo all’"effetto Pigmalione". Prima dell’inizio dell’anno scolastico, i bambini di una scuola elementare americana furono sottoposti ad un test d’intelligenza che – così fu comunicato alle insegnanti – avrebbe consentito di stabilire i livelli d’intelligenza dei bambini e di individuare quelli che sarebbero progrediti rapidamente, fino a realizzare "prestazioni al di sopra della norma". Dopo l’esecuzione del test, le insegnanti ricevettero i nomi di quei bambini "speciali", ignorando che essi erano stati scelti a caso dall’elenco degli allievi e che, dunque, erano speciali solo per loro e per le loro aspettative. Alla fine dell’anno scolastico, quando il test fu ripetuto, gli allievi del gruppo sperimentale fornirono prestazioni realmente superiori alla media e il loro quoziente d’intelligenza risultò più alto rispetto alla prova precedente; in più, le insegnanti riferirono che quei soggetti si erano distinti positivamente dagli altri, per il loro comportamento, la curiosità intellettuale, l’atteggiamento collaborativo, ecc.

"Dunque, ciò che pensiamo/sentiamo nei confronti dell’altro o ciò che da lui ci aspettiamo, dandolo per certo, può non manifestarsi attraverso le parole, se scegliamo di non dirlo, poiché sulle parole esercitiamo in genere sufficiente controllo, ma si insinua e si esprime attraverso gli sguardi che rivolgiamo (o non) all’altro, attraverso il sorriso che a nostra insaputa ci illumina o si spegne, attraverso il tono di voce che assumiamo nel parlargli, attraverso l’atmosfera che creiamo come sfondo e contesto del nostro comunicare: si esprime e ottiene dall’altro, per il quale siamo in qualche modo "importanti", l’adeguamento a quelle aspettative".

L’aspettativa dell’educatore ha un enorme potere, dal momento che può tradursi in "profezia autodeterminantesi", e ciò avviene sia che essa sia positiva che negativa, espressa verbalmente o non verbalmente.

Anche nella scuola, come nella società dei consumi, chi non tiene il passo viene emarginato, escluso dal ritmo. Tale emarginazione si rende visibile mediante commenti verbali o scritti quali: "l’alunno è distratto, non si applica, potrebbe fare di più, svogliato, intelligente ma non si impegna, è disordinato, spreciso, pasticcione…." gli effetti di tali commenti sono deleteri, perché inibiscono il soggetto e diventano vere e proprie profezie autodeterminantesi. Il bambino perde la fiducia in se stesso, fino a credere che quello che dicono le insegnanti sia la verità; del resto sono loro che possono sapere se i bambini sono intelligenti o meno, sono loro che detengono questo potere direttamente datogli dallo status e dal ruolo che rivestono. Si tratta di commenti che non hanno un’utilità sul profitto o rendimento dell’alunno, ma hanno effetti devastanti sulla sua personalità. Dal punto di vista del rendimento, infatti, l’allievo non si impegna certo di più, ma si rassegna aderendo alle definizioni affibbiategli come delle etichette, molto probabilmente per tutta la vita. La valutazione che dovrebbe essere data al compito viene estesa all’intera persona, così il bambino non percepirà di aver fatto un errore, ma si sentirà egli stesso "sbagliato". Per questo è importante che l’insegnante sia consapevole degli effetti che il ripetersi di commenti negativi avranno sul soggetto. Sarà altresì necessario che l’educatore conosca gli effetti positivi di elogi fatti al bambino per l’impegno che ha messo nello svolgere un difficile compito, per come lo ha fatto bene, per tutti i miglioramenti che si verificheranno rispetto a situazioni di partenza svantaggiate. Le valutazioni positive accresceranno la stima e la fiducia in se stesso del bambino, saranno tanto più efficaci quanto più verranno dispensate con sincerità e non tanto per fare o perché fanno bene; dovranno essere appropriate, pertinenti e venire al momento giusto. Il bambino percepisce da solo che in quel compito non è stato preciso, non servirà sottolinearlo nuovamente e comunque si dovrà far presente che in quel compito forse ha avuto maggiori difficoltà, non che LUI E’ SPRECISO, come mi è capitato di leggere sui quaderni dei miei piccoli utenti, dove troppo spesso comparivano commenti del tipo: sprecisone, pasticcione, e così via.

Ognuno di noi sicuramente ricorda di aver incontrato nel proprio percorso educativo, un cattivo maestro, che si è comportato con ingiustizia, che ha dimostrato la propria antipatia nei confronti di qualcuno, deridendolo in presenza dei compagni di classe, facendolo sentire sciocco o inappropriato. Quell’insegnante ha segnato un pessimo rapporto fra il soggetto e la materia di sua competenza. Tante volte sentiamo dire a qualcuno che la matematica o la storia o le scienze non sono mai riusciti a capirli per via di un impatto iniziale negativo con la materia a causa di quell’insegnante. (Ricordate la Lettera a una professoressa? Essa denunciava la scuola selettiva, che rigettava molti ragazzi definiti "inadeguati").

Tuttavia anche oggi sono presenti nella scuola e quindi negli insegnanti fattori che se non respingono i ragazzi dalla scuola, possono comunque renderli degli emarginati, facendo perdere loro quell’interesse, quella curiosità, che rappresentano le basi nelle quali può innestarsi il processo di apprendimento. Se la scuola deve rappresentare un agente di socializzazione, attua una vera e propria contraddizione quando emargina proprio i soggetti (che dovrebbero essere i beneficiari) ai quali dovrebbe essere diretto il processo di socializzazione, finalizzato a trasmettere i comportamenti e gli atteggiamenti da tenere, i valori nei quali credere e le cose da evitare, le norme da seguire, l’autorità da rispettare, ecc.

Tutto questo rappresenta una forma di violenza, anche se riconoscimenti e punizioni non hanno più un carattere fisico; essi oggi si configurano come categorie morali, che ugualmente possono far nascere nell’alunno stima o vergogna di sé. Ed è questa la violenza psicologica che viene perpetrata a scuola mediante la pressione morale, i ricatti, la derisione, esercitata, più o meno consapevolmente, "nei confronti dei vissuti emozionali insita negli interventi educativi e legittimata dalla nostra cultura."

 

Questa breve parentesi dedicata alle violenze psicologiche ha lo scopo di offrire agli insegnanti una seppur limitata panoramica di tutti quegli aspetti necessari per essere dei buoni educatori, che non significa non commettere errori o non sbagliare mai, ma accorgersi dei propri errori e dei motivi che li hanno originati per correggere il tiro in seguito.

Purtroppo ancora oggi insegnanti e genitori spesso si alleano contro il bambino, scambiandosi lamentele tanto inutili quanto deleterie, ma forse rassicuranti per la loro coscienza. Questa forma di ignoranza non può più essere accettata: a scuola i bambini e ragazzi non devono trovare un ambiente ostile, il compito degli insegnanti non può limitarsi all’insegnamento, ma deve estendersi alla comprensione. Per questo si rende sempre più necessario l’intervento di formazione, l’aggiornamento rivolto agli educatori di ogni scuola e grado. "Una preparazione professionale adeguata a tante complessità dovrebbe prevedere itinerari altrettanto complessi che invece a tutt’oggi non sono praticati e neppure previsti, forse perché la preparazione culturale implicita in un sapere disciplinare (al meglio multidisciplinare), dovrebbe garantire anche la maturità psicologica e la competenza relazionale-comunicativa dell’insegnante." Quindi non basta essere preparati sul piano culturale-disciplinare, ci vuole anche una preparazione psico-pedagogica che contempli la conoscenza delle proprie tonalità emozionali e di quanto esse incidano sui moduli comunicativi. Si possono così individuare altre direzioni verso cui procedere, dirigendosi verso un processo che consenta di scardinare una separazione fra processi cognitivi e processi emozionali poiché sono di per se stessi inseparabili. Cerchiamo di abbattere il deleterio analfabetismo emozionale con le sue modalità comunicative ed il suo disinteresse e svalutazione di tutto ciò che è relativo alla sfera emotivo-affettiva.

 

 

Elementi di un’esperienza in studio

 

Spesso nella pratica pedagogico-clinica ho avuto l’occasione di incontrare bambini o ragazzi che hanno portato alla mia attenzione i problemi direttamente o indirettamente scaturiti da difficoltà emotivo-affettive.

Quando i bambini si presentano nel mio studio, dopo le prove di ingresso emergono nella maggior parte dei casi alcune costanti relative alla personalità, quali:

- difficoltà emotivo-relazionali
- disagi emozionali negli scambi relazionali
- insicurezza
- introversione
- chiusura
- immaturità
- autonomia personale inibita
- scarsa autostima
- inadeguatezza
- sfiducia nelle proprie capacità
- senso di inferiorità
- tensioni psico-fisiche
- ansia o angoscia spesso originate da una delusione emotiva
- fobie
- preoccupazioni fantastiche

 

si tratta di caratteristiche (ovviamente non tutte presenti nello stesso soggetto) che impediscono allo sviluppo cognitivo di evolvere naturalmente, per questo "è impossibile credere di poter aiutare un individuo nella sfera cognitiva senza intervenire in quella emotivo-affettiva. Il sentire delle emozioni non è posposto al conoscere, considerarli abbinati e reciprocamente in grado di influenzarsi consente di vedere l’individuo nella sua globalità. Per queste molteplici sfaccettature di quello che sembra (in apparenza) un solo ed unico problema si rende necessario un intervento multifattoriale, che affronti l’individuo nella sua complessità e nei suoi molteplici aspetti."

Qui faccio riferimento a bambini normodotati, che però per vari motivi presentano a scuola problemi negli apprendimenti, terminate le prove di ingresso, per coloro che viene intrapreso un intervento di aiuto, tale intervento prevede un coordinamento con gli insegnanti ed i genitori. Ciò significa che durante l’anno scolastico incontro almeno due volte gli insegnanti e altre due ma possono essere anche di più a seconda delle necessità che via via si presentano, incontro i genitori. In questi incontri generalmente faccio loro presente quanto sia utile che il bambino o la bambina trovino intorno a sé una situazione armoniosa e tranquilla, capace di offrirle l’opportunità di nuovi equilibri affettivo-emozionali. Il comportamento degli adulti che stanno vicino al soggetto deve essere di ampia accettazione, con disponibilità all’elogio, con esaltazione per tutto ciò che dimostra di poter e saper fare in maniera migliorativa rispetto alla situazione di partenza. Laddove sono carenti è necessario stimolare autonomia e autosufficienza al fine di rendere il soggetto sempre meno dipendente dalle cure degli adulti che gli gravitano intorno. Il soggetto deve essere incoraggiato aiutandolo a fare da sé.

Generalmente dopo i primi sei mesi di trattamento viene rilevato sia in famiglia che a scuola un primo miglioramento del bambino, che si riflette positivamente sulla sua autostima e quindi favorisce ulteriori miglioramenti; il soggetto si sente gratificato dagli altri e quindi si autogratifica e ottiene migliori risultati ed il circolo, una volta innescato in modo positivo, continua ad avere effetti positivi sul bambino e sul sistema-famiglia.

 

 

Conclusioni

 

In sede conclusiva vorrei ribadire la specificità dell’intervento pedagogico che dovrà tendere alla messa in discussione di quelle forme di educazione fin qui descritte che potremmo definire deleterie, apportando così principalmente un aiuto al soggetto educativo. Solo mediante la consapevolezza gli educatori riusciranno ad attuare comportamenti tesi al rispetto ed alla stima della personalità degli alunni. Di conseguenza anche gli educatori necessitano di un aiuto per poter meglio aiutare gli educandi. Come sono diminuite o cadute in disuso, almeno nella nostra cultura, le punizioni corporali, rispetto al passato, e questo grazie alla presa di coscienza del fatto che fossero deleterie, così dovremmo auspicarci ma anche agire per eliminare tutte quelle forme di violenza psicologica, insidiose, raffinate meno visibili ma non meno deleterie delle prime. Il diritto del bambino dovrà venire eletto ad un diritto sacro, per il bambino in primo luogo e di conseguenza per l’umanità, poiché presumibilmente, bambini sani daranno vita ad una società più sana.